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Brevi riflessioni sulla crisi aziendale in Atac Spa


Continua il dibattito sulla migliore scelta per salvaguardare i livelli occupazionali di Atac in un momento altamente drammatico sul piano economico aziendale.

27/8/2017
Brevi riflessioni sulla crisi aziendale di ATAC Spa-Roma
a cura di dott.ssa Gianna Elena De Filippis, Consulente del Lavoro
 
A fronte di ulteriori dibattiti relativi alla posizione assunta da Cambiamenti M410 in merito alla crisi di ATAC Spa, si da un ultimo chiarimento, ricordando che tutto il fomento istigato ha una irragionevole motivazione: l’ultima parola, in sostanza, è, sempre e comunque, di Roma Capitale insieme al CdA di Atac Spa. Il parere di un sindacato è meramente d’opinione, non risolutivo, non obbligatorio né vincolante per l’ente locale proprietario di Atac Spa.
Intanto, si accoglie sempre di buon grado e senza polemica ogni precisazione, idea e opinione che provenga da lavoratori, esperti, amici, politici, cittadini e studenti.
Si è troppe volte ribadito che gli argomenti emersi sulla crisi di Atac sono di enorme complessità e delicatezza. Sarebbe una presunzione impareggiabile dire che l’unica soluzione giusta possa essere quella da Cambiamenti M410 prospettata, ci mancherebbe altro!
Si studiano, però, casistiche differenti: ogni crisi aziendale è a sé e il suo superamento non è né può essere uguale ad altri casi.
In Atac Spa è mancata la volontà di fare una responsabile “diagnosi precoce” della crisi e si è giunti, in 15 anni, ad un buco di oltre 8 miliardi tra costi vivi e occulti.
Questa società è, infatti, tecnicamente fallita da almeno 10 anni: mai è riuscita negli ultimi 15 anni a chiudere senza perdite: per sopravvivere ha fatto sempre ricorso al debito e non per investire bensì solo per sopravvivere! Oggi il debito è mostruoso: guai a chi banalizza sulle possibili soluzioni di risanamento!
E qui si viene al dunque. I sintomi della crisi erano tangibili già da almeno 10 anni; le cause sono troppe e troppo insidiose anche da estirpare: peculiare mala gestio, anomalie in appalti e subappalti, parentopoli, mangiatoia dei politici di turno; gravità attuale: altissima, semi-irreversibile; prospettive future: dubbie, incerte, di difficoltà smodata.
Ciò detto, considerata una qualunque crisi d’impresa, la primissima scelta da fare “sarebbe” tra una scelta manageriale di reimpostazione del business plan ed una scelta di natura concorsuale (procedure concorsuali).
I fattori che portano a scegliere la soluzione manageriale o la soluzione concorsuale sono diversi:
1) atteggiamento dei terzi: ATAC è già insolvente di fatto; nel 2016 sono arrivati i primi decreti ingiuntivi dai fornitori per 325 milioni; poi  ci sono debiti verso le banche di circa 180 milioni; già questo può bastare per scegliere la strada concorsuale.
2) dimensione del peggioramento dei parametri di riferimento: es. riduzione del fatturato, crescita del rapporto debiti/patrimonio netto; anche questi hanno dimensioni rilevanti ormai in Atac ed è opportuna la procedura concorsuale perchè l’accelerazione della crisi potrebbe poi impedirne l’attivazione, diventando il fallimento l’unico sbocco possibile;
3) rischi di natura penale: se si sospetta che l’imprenditore abbia commesso o stia per commettere, qualche atto che possa configurarsi , come un reato, ai sensi degli artt. 216-217 della Legge Fallimentare (bancarotta fraudolenta e semplice), diventerebbe auspicabile una soluzione concorsuale, che, tra i vari vantaggi, presenta quella della protezione da quei reati (ovviamente a determinate condizioni);
4) costi delle procedure: se questi costi sono ritenuti sopportabili ancora una volta è raccomandabile una soluzione concorsuale;
5) atteggiamento dell’imprenditore: se egli ritiene che vi siano pochi margini per un recupero dell’attività come era prima dell’avvio della crisi, sarebbe opportuno procedere verso una soluzione concorsuale, che limita sicuramente i danni (per l’imprenditore in crisi e per i terzi coinvolti).
 
Ciò esposto, la strada della soluzione manageriale in ATAC pare impercorribile oggi come terapia; forse poteva essere utile 10 anni fa, se la malattia fosse stata presa in tempo.
 
Ritenuta infruttuosa la strada risolutiva del business plan,  si sceglie, ob torto collo, la procedura concorsuale con continuità aziendale: il passivo è di ammontare enorme; alcuni creditori hanno già avviato le proprie procedure esecutive; non vi è liquidità in cassa (difficoltoso pagare gli stipendi di agosto); c’è persino tensione col consorzio TPL che vanta un credito su ATAC di circa 42 milioni di euro con rischio pignoramento di bus e immobili, a seguito di ordinanza del Tribunale di Roma dello scorso 7/8/2017.
 
Tornando alle proposte, si apprezza l’idea della ricapitalizzazione suggerita da alcuni ma non basta.
La ricapitalizzazione, intanto, richiede un aumento effettivo del capitale sociale di un’impresa ovvero un riequilibrio tra capitale netto e debiti. L’aumento di capitale deve essere realizzato mettendo a disposizione risorse nuove e non semplicemente con la trasformazione in capitale sociale di riserve o utili non distribuiti già inseriti nel capitale netto dell’impresa. Queste possono essere conferimenti di denaro o di beni materiali (immobili, macchinari, attrezzatura, brevetti, crediti ecc.).
Poi se si aspettano interventi statali di incentivazione dell’aumento patrimoniale è altro discorso ancora. Certo lo Stato può concedere sgravi fiscali e contributivi all’azienda in crisi: in tal caso, però, si attendono anche le sommosse dei cittadini ai quali verranno attinte risorse ancora una volta, dopo che i “magnati” manageriali hanno sguazzato in Atac. Una buona azione penale dovrebbe indentificare i responsabili reali e condannarli a rimpinguare le casse della società dopo avere fatto il furto, anzi la omertosa rapina per anni.
 
Di cosa si discute ancora? Ha senso ancora parlare di ricapitalizzazione con queste cifre e con questi dati? Non di rado, la Corte dei Conti ha stigmatizzato il comportamento superficiale palesato da una amministrazione nel procedere ad una non ponderata ricapitalizzazione, ponendo in essere sostanzialmente una condotta elusiva del divieto di soccorso finanziario in favore della sua società partecipata. Il comune non può banalmente procedere a una nuova operazione di salvataggio della partecipata “a tutti i costi”, essendoci una condizione deficitaria ormai nota che merita, invece, una ristrutturazione dalla base, oltre al fatto che anche l’ente Roma Capitale non vive una serena situazione economica-finanziaria. A Roma i soldi sono stati prosciugati!
Il socio pubblico non può sempre intraprendere operazioni di recupero nei confronti di organismi partecipati in protratta perdita d’esercizio, ancorché ancora presenti sul mercato; ci sono vincoli stringenti e responsabilità amministrative considerevoli e rischiose (Giurisdizione Corte dei Conti e responsabilità per danno erariale).
Se, in teoria, potrebbe pure ammettersi che i soci di una società privata, nel libero esercizio delle proprie prerogative, addivengano ad una diseconomica ed irragionevole ricapitalizzazione societaria in fase di dissesto, identica discrezionalità non può ritenersi sussistente nel caso di società a partecipazione pubblica, la cui gestione deve essere sempre improntata agli indisponibili principi di efficienza e legalità finanziaria codificati nell"articolo 6, comma 19, del d.l. n. 78/2010 e, oggi, dell’art. 14, comma 5, D.Lgs. 19 agosto 2016, n. 175.
Con riferimento alle proposte di ricapitalizzazione che gli venissero di volta in volta sottoposte, un ente pubblico dovrebbe, innanzi tutto, considerare il disposto dell’art. 14, comma 5, D.Lgs. 19 agosto 2016, n. 175 (in vigore dal 23 settembre 2016), che, a precise condizioni, prevede la possibilità di aumenti di capitale ma a fronte di un piano di risanamento aziendale che contempli il raggiungimento dell’equilibrio finanziario entro 3 anni: pura fantascienza per Atac che abbisogna di almeno 5-6 anni per rinascere, secondo i pareri di illustri esperti!
 
Pare tutto semplice ma non lo è.
Disdicevole ed altamente offensivo dire che scegliendo un concordato preventivo Cambiamenti M410 si schieri addirittura contro l’interesse dei lavoratori.
E’ molto scorretto strumentalizzare una situazione di rischio e di disagio per dividere i buoni dai cattivi, secondo affermazioni azzardate ed inopportune, su un tema, si ribadisce di complessità esorbitante.
Si spera, invece, nella massima serietà e responsabilità di chi oggi amministra Roma e Atac Spa per vedere l’inizio di una rinascita societaria che possa apportare beneficio a tutti al suo esito!
Le nostre, oggi, in questa sede, restano mere valutazioni di proiezione, nulla di più.
 
Auguro il meglio a tutti i lavoratori con tutto il cuore!
 
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